Dall’economia circolare a quella del benessere

L’economia circolare è ormai al centro delle politiche industriali e ambientali europee, ma la transizione procede ancora troppo lentamente. Competitiveness Compass, Clean Industrial Deal e il prossimo Circular Economy Act confermano la centralità della circolarità per rafforzare sicurezza delle risorse e competitività; secondo il rapporto Towards a Circular Wellbeing Economy dell’Hot or Cool Institute, però, non basta migliorare riciclo e gestione dei rifiuti: occorre intervenire prima, sulla progettazione dei prodotti, sui modelli di consumo e sulla riduzione dell’uso complessivo di materiali.
Nel 2024 il tasso europeo di uso circolare dei materiali si è fermato al 12,2%, lontano dall’obiettivo del 22,4% fissato per il 2030. L’Italia, con il 21,6%, appare tra i Paesi più avanzati, ma il dato va letto con cautela: il Cmu misura quanta parte dei flussi complessivi di materia impiegati dall’economia proviene dal riciclo, includendo anche combustibili fossili, che non possono essere riciclati, e materiali stoccati in edifici, opere e beni. Anche riciclando tutti i rifiuti, dunque, il margine di crescita resterebbe limitato: non basta far crescere il riciclo, occorre ridurre il consumo assoluto di risorse.
A livello europeo l’impronta materiale resta intorno a 15 tonnellate per persona l’anno, mentre ogni cittadino genera in media circa 5 tonnellate di rifiuti. Di fatto, i progressi di efficienza vengono spesso assorbiti dall’aumento di produzione e consumi. Non a caso, circa il 43% delle strategie settoriali si concentra ancora esclusivamente sul fine vita: riciclo, recupero e gestione dei rifiuti. Ambiti indispensabili, ma insufficienti a trasformare il sistema.
Il rapporto propone quindi di integrare la circolarità con la wellbeing economy: un’economia orientata a soddisfare bisogni e diritti di tutte le persone entro i limiti di un pianeta in salute. In questa prospettiva, la circolarità diventa il mezzo e il benessere il fine. Collegare le politiche circolari a benefici concreti – costi domestici più bassi, case migliori, mobilità accessibile, lavoro locale di qualità, aria più pulita – può rafforzare il sostegno pubblico alla transizione.
Le sinergie più forti si trovano nella fase “prima dell’uso”: rifiutare ciò che non serve, ripensare prodotti e servizi, ridurre il consumo di materiali. Durante l’uso diventano centrali riuso, condivisione, riparazione e rigenerazione, attività spesso radicate nei territori e ad alta intensità di lavoro. Il riciclo resta necessario, ma non può più essere il perno unico della strategia.
L’Hot or Cool Institute amplia inoltre le tradizionali strategie circolari con quattro nuove “R”: reimagine, per ridefinire l’idea di buona vita oltre l’accumulo di beni; retell, per sottrarre pubblicità e social media alla spinta verso l’iperconsumo; relocalise, per accorciare le filiere e radicare la circolarità nelle comunità; reconnect, per ricostruire relazioni tra persone, natura, luoghi e culture.
Ne emerge un’economia circolare più ambiziosa, che non punta solo a chiudere i cicli dei materiali ma a ridurre il bisogno di estrarre, produrre e consumare sempre di più, migliorando qualità della vita, equità e salute degli ecosistemi. Per renderla concreta servono nuovi strumenti di governance: appalti pubblici, politiche industriali e fondi all’innovazione dovrebbero premiare la creazione di valore di lungo periodo.