La Corte dei conti europea accende un faro sulle difficoltà di gestione rifiuti

Entro fine anno l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) aggiornerà al 2024 i dati sui rifiuti urbani generati nel nostro Paese, ma dall’ultimo report sappiamo che si tratta di un flusso da circa 29,3 milioni di tonnellate annue – 1,4 mln delle quale esportate per carenza d’impianti, nel 2023 – cui si aggiungono ben 164,5 milioni di tonnellate di rifiuti speciali (per i quali mancano almeno impianti di recupero energetico per 1,5 milioni di tonnellate e discariche per rifiuti pericolosi per 500.000 tonnellate).

A livello Ue, invece, i rifiuti urbani rappresentano il 27% di quelli generati: la loro gestione è complessa ed è stata per questo oggetto della nuova relazione speciale 23/2025 realizzata dalla Corte dei conti europea. L’audit ha riguardato il periodo dal 2014 al 2024, utilizzando come campione quattro Stati membri (Grecia, Polonia, Portogallo e Romania) per capire l’effettivo rispetto della gerarchia europea di gestione – che prevede prevenzione, riuso, riciclo, recupero energetico, smaltimento finale – e in particolare l’avanzamento del Vecchio continente rispetto ai target previsti dalla Direttiva 2018/851/UE: i più importanti sono il 55% di riciclo effettivo dei rifiuti urbani raccolti al 2025, 60% per il 2030 e 65% per il 2035, quando il conferimento in discarica dovrà in parallelo scendere a un massimo del 10%.

Ad oggi (dati Ispra 2023) l’Italia si attesta al 50,8% di riciclo effettivo e al 15,8% di smaltimento in discarica. Ma le difficoltà attraversano buona parte dell’Europa. «Molti Stati membri dell’Ue – spiegano dalla Corte – fanno fatica a raggiungere i valori-obiettivo di riutilizzo e di riciclaggio dei rifiuti urbani. A causa di vincoli finanziari e di debolezze nei rispettivi piani di gestione dei rifiuti, troppo spesso smaltiscono i rifiuti nelle discariche. La Corte ha constatato che l’attuale mercato del riciclaggio è in difficoltà, la raccolta differenziata rimane in certi casi ad un livello molto basso e le tariffe addebitate ai cittadini non coprono necessariamente tutti i costi di gestione dei rifiuti».

«La circolarità è un fattore determinante per la realizzazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Ue. Per conseguire questi obiettivi, l’Ue dovrebbe creare le condizioni necessarie per rendere il settore del riciclaggio economicamente redditizio – argomenta Stef Blok, il membro della Corte responsabile dell’audit – I cittadini e le imprese svolgono un ruolo cruciale. Gli incentivi fiscali, come anche far pagare ai cittadini il volume o il peso dei rifiuti che generano, possono indurre a differenziare i rifiuti e a ridurne la quantità».

La Corte ha inoltre constatato che negli Stati membri sottoposti ad audit (Grecia, Polonia, Portogallo e Romania) i passi avanti compiuti verso una gestione efficace dei rifiuti urbani sono lenti, a causa di finanziamenti pubblici insufficienti e dell’incapacità di utilizzare appieno strumenti economici quali i sistemi di cauzione-rimborso, l’aumento dell’imposta sul conferimento in discarica e l’applicazione di una tariffa sui rifiuti basata sul volume o sul peso dei rifiuti prodotti (il principio “paghi quanto butti”). Le imposte sul conferimento in discarica variano in modo così significativo tra gli Stati membri che i rifiuti possono persino essere spediti da un paese all’altro per ragioni economiche. Per risolvere tale questione, la Corte raccomanda di valutare la fattibilità di un’armonizzazione dei tributi sul conferimento in discarica e sull’incenerimento in tutta l’Ue.